giovedì 1 novembre 2007

Il ritorno in piazza dei monaci buddisti

Solidarietà ai monaci buddisti e al movimento di protesta in Birmania!!
Dal sito di Articolo 21, http://www.articolo21.info/

1/11/2007
Il ritorno in piazza dei monaci birmani dimostra che la protesta è ancora viva

di Oliviero Bergamini

“Il ritorno in piazza dei monaci birmani, anche se per ora in piccolo numero, è un segnale molto importante, perché dimostra come lo spirito della protesta sia ancora vivo. E come il clero buddista resti deciso a schierarsi a fianco del popolo, per proteggerlo e sostenerlo.” Padre Bernardo Cervellera commenta così la notizia della ricomparsa nelle strade birmane di un corteo di monaci. Una notizia data con rilievo da tutti i media, e ovviamente anche da Asia News, l’agenzia di informazione del PIME (Pontificio Istituto Missioni Estere), specializzata sui paesi asiatici, di cui padre Cervellera è direttore.
Il “ritorno” delle tuniche zafferano è avvenuto ieri, non nella capitale Rangoon, ancora massicciamente presidiata dalle forze dell’ordine, ma a Pakkoku, città non lontana da Mandalay, importante centro del buddismo birmano. Proprio qui, il 6 settembre scorso, il pestaggio di alcuni bonzi aveva provocato i primi cortei di religiosi, che poi si erano andati moltiplicando e ingrossando, diventano la spina dorsale delle dimostrazioni di massa contro il regime.
E qui ieri mattina circa cento monaci sono tornati a sfilare, per un’ora, scandendo preghiere che invocavano la “Metta”, termine buddista che significa “conciliazione, benevolenza, armonia”.
Non un aperto attacco al regime, dunque, bensì una generica richiesta di apertura alle richieste della gente.
Nessuna immagine di questa manifestazione è ancora filtrata all’esterno della Birmania, anche perché oggi i collegamenti Internet sono stati nuovamente interrotti dal governo. Si ripete dunque il tentativo di fermare il flusso di notizie e immagini che il regime sente ormai come la minaccia più pericolosa per la sua sopravvivenza.
Asia News è uno dei terminali di questo flusso per l’Italia. L’agenzia segue da vicino le vicende birmane, riproponendo materiali importanti; ad esempio, recentemente, ha pubblicato per prima nuove foto di monaci buddisti uccisi durante la repressione di fine settembre.

“Naturalmente non posso rivelare con precisione quali sono le nostre fonti, perché le esporrei a forti rischi” spiega padre Cervellera “Ma posso dire che esiste una lunga corrente sotterranea, un esteso network di persone e gruppi di opposizione clandestina che operano all’interno della Birmania o a ridosso dei confini, specialmente quello thailandese, raccogliendo e trasmettendo informazioni in vario modo, via telefono, via internet, a volte attraverso messaggeri che recapitano di persona i materiali alle organizzazione di esuli e oppositori che si trovano all’estero. Da qui vengono ulteriormente inoltrate ad altri centri di informazione con cui sono in contatto, come ad esempio la nostra angenzia, e diffuse in tutto il mondo.”

Importante è anche il lavoro delle organizzazioni umanitarie internazionali, come Human Rights Watch, che proprio ieri ha pubblicato un rapporto in cui denuncia come in Birmania si aggravi la piaga dei bambini soldati. Secondo HRW, infatti, il regime di Rangoon ricorre sempre più ad arruolamenti forzati di adolescenti, e anche di bambini di 10-12 anni, per cercare di riempire i ranghi dell’esercito, decimati dalle diserzioni. Questi soldati-bambini vengono spesso prelevati da villaggi rurali da intermediari che li vendono ai reclutatori dichiarandoli falsamente maggiorenni, oppure catturati per strada o nelle stazioni degli autobus. Picchiati, sottoposti a minacce, violenze, abusi di ogni genere, dopo un addestramento di 18 settimane, vengono spesso inviati nelle zone di frontiera e costretti a combattere contro le minoranze etniche ostili al governo centrale. Secondo HRW l’esercito birmano ne conta ormai decine di migliaia.

“Il fenomeno purtroppo è conosciuto da anni” commenta padre Cervellera “ma adesso si sta ancor più diffondendo, perché le diserzioni dall’esercito dei soldati adulti stanno aumentando, anche a seguito dalle violenze contro i monaci, che per i birmani sono veri e propri atti sacrileghi. E i bambini-soldato sono solo un aspetto di un fenomeno più generale che caratterizza la Birmania, il ricorso sistematico al lavoro forzato. Il regime militare, infatti, costringe con la forza migliaia e migliaia di persone a lavorare, in condizioni terribili, alla costruzione di strade in varie parti del paese, alla realizzazione di opere nella nuova capitale Naypyidaw, all’estrazione di pietre preziose dalle miniere, e così via. Sono vere e proprie forme di schiavitù, uno degli aspetti peggiori di un regime disumano.”

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